Ha fatto molto clamore in questi giorni il commento di Enzo Mazza, presidente dei potenti discografici della FIMI (associazione che riunisce le major) secondo cui la fuga del pubblico giovane dalla tv generalista porterà alla morte del Festival di Sanremo entro 5 anni.
Che dire… alla fine anche Enzo Mazza per conquistare le pagine nazionali dei quotidiani ha dovuto tirare in ballo del Festival di Sanremo: potenza del nostro brand.
Un brand che si è costruito e rafforzato in oltre mezzo secolo di storia e che ha avuto la forza di esportare la musica italiana nel mondo, tanto che, aldilà delle vendite dei singoli brani presentati al Festival, si contano sulle dita di una mano i nuovi talenti lanciati dalla discografia nazionale che non siano passati sul palco dell’Ariston.
E’ in questo senso incomprensibile la voglia di antagonismo che anima il presidente della FIMI, che devo dire la verità non ho mai riscontrato nei discografici indipendenti. Se Enzo Mazza, del quale ho personalmente molta stima, fosse davvero lungimirante, anziché lanciarsi in vaticini più o meno sensazionalistici, potrebbe cogliere l’opportunità di collaborare con il Comune di Sanremo perché il formidabile brand del Festival della Canzone Italiana sia coinvolto a pieno titolo nei progetti di internazionalizzazione del made in Italy musicale.
Proprio l’internazionalizzazione del Festival sarà al centro delle discussioni fra Comune e RAI in vista del prossimo rinnovo convenzionale, un confronto a cui la discografia potrebbe dare un contributo importante e decisivo.
In ultimo vorrei ricordare quanto l’Amministrazione comunale sanremese tenga al progetto della “città della musica”. Con il rilancio di SanremoLab abbiamo inteso anche fornire un servizio alla discografia nazionale, che non ha più i mezzi per fare una ricerca di nuovi talenti su vasta scala: alle audizioni riservate dei 40 finalisti hanno partecipato ben 40 etichette, comprese alcune major.
E’ chiaro perciò che l’investimento sul Festival di Sanremo non può essere visto come fine a se stesso, ma come un progetto comune a tutto il made in Italy musicale.
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P.S. Merita il commento di Gabriele Ferraris su La Stampa: Ma non si può spegnere Sanremo.
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